La retroazione

Quasi tutti i successi tecnologici e di pensiero che abbiamo compiuto nel nostro mondo sono dovuti all’idea di macchina.

Ci siamo specializzati così tanto nel creare macchine, che alla fine il meccanicismo è entrato nelle nostre vite. Dio per alcuni era un precisissimo orologiaio.

Anche gli organismi erano studiati (e lo sono ancora per molti) tramite un modello meccanicistico. Questi “complicatissimi orologi” hanno però una proprietà che li rende molto diversi. Qualcosa di più.

Diventiamo ingegneri per un momento e progettiamo la porta di un ascensore. Chiaramente vogliamo svolgere un determinato compito. Avere una porta di un ascensore è diverso dal non averla: in un caso possiamo appoggiarci con fiducia, nell’altro ci toccherà stare molto attenti e reggerci bene. Cosa ci serve per presentare al mondo questa innovazione tecnologica? Direi un motore, tantissime rondelle, olio per lubrificare e il nastro che spingerà le porte. Oltre chiaramente tutto il resto.

Siamo pronti per inaugurarla. Ci saliranno migliaia di persone entusiaste, e per mille si comporterà perfettamente, eppure l’ultima sarà una signora con una gonna un po’ troppo lunga. Sta per succedere un bel disastro, perché è facile prevedere che questa s’incastrerà da qualche parte. La macchina, non curante del mondo esterno, farà esattamente quello per cui è stata progettata: scorrere e serrare le porte. La gonna si strapperà e ci sarà una gran confusione. Speriamo che nonostante questi inconvenienti nessuno esageri: qualcuno già grida a cosa sarebbe successo in altri casi. Pensano che questa porta di ascensore sia pericolosa.

Ora però consideriamo a cosa succede se invece della porta di ascensore ci fossimo messi a lavorare a qualcos’altro, per esempio una scala mobile. Il mondo è ancora abituato a reggersi bene quando il piano viene chiamato. La signora con la gonna, oggi non dev’essere la sua giornata fortunata, a un certo punto inciampa e scivola verso la porta mancante. Fortunatamente noi eravamo lì e riusciamo a fermarla da una brutta caduta. Abbiamo fatto da porta, anche se in una maniera un po’ differente. Se vediamo perché riusciamo a capire cosa ci differenzia da un orologio. Complicato a piacere.

La porta si sarebbe chiusa all’inizio, senza preoccuparsi se c’era o non c’era qualcuno dentro. A lei sarebbe bastato il comando, in una maniera molto lineare. Pressione del bottone -> chiusura porte. Per noi è diverso, perché finché la signora non dava cenni d’instabilità mai avremmo pensato di doverle salvare la vita.

Ci saremmo comportati esattamente come la porta fino a quel momento: pressione del bottone -> attesa del piano. Eppure poi le cose cambiano. Non decidiamo nulla, la situazione c’impone una azione e noi fermiamo la signora. Da lì in avanti la nostra giornata è cambiata, perché tutto quello che sarebbe successo ora in un certo senso non accadrà più. Ci sentiremo fieri, importanti, magari anche felici seppure la giornata stava procedendo storta. Qualsiasi cosa succeda da quel momento in poi, noi l’affronteremo con un piglio diverso.

La linearità è raramente di questo mondo. Siamo abituati a un rincorrersi di effetti che diventano cause. L’istante prima diventa fondamentale per capire come ci comporteremo quello dopo.

La differenza fondamentale tra noi (ma vale in tantissimi altri casi) e una macchina è dovuta a questa possibilità di retroazione. Ad ogni causa corrisponde un effetto per tutti: ma mentre gli algoritmi delle macchine procedono in linea retta, per noi questo non è più vero. Il circolo diventa un qualcosa di fondamentale, e ricominciare dal punto di partenza è quasi la normalità. Siamo sempre pronti a tornare indietro e far sì che l’ultimo effetto diventi la causa del primo passo. Se per una macchina è normale seguire il navigatore ed uscire alla terza uscita della rotonda, per noi lo è fare un giro in più, prendere la strada sbagliata, tornare indietro, per poi ricominciare.

Vi sembra un metodo poco efficiente di andare avanti? Tutt’altro. E’ il modo migliore per vagliare più strade possibili prima di scegliere la migliore, e non è affatto detto che è quella impostata. Pensateci un attimo. Se non ci fosse stata la signora, ci sarebbe potuto tranquillamente sfuggire che serviva una fotocellula all’ingresso. Al momento della creazione, immaginarsi ogni singola possibilità e scegliere la soluzione migliore è un qualcosa d’impossibile. Solo provando e riprovando ci scontriamo con la realtà e affiniamo di volta in volta la nostra porta dell’ascensore.

Può sembrare strano, ma il nostro cervello funziona esattamente così. Cerca dei pattern da utilizzare, ma è sempre pronto a gettarli nel caso non funzionassero. Quelli nuovi e precari con semplicità, i vecchi e consolidati invece resisteranno più strenuamente.

Facciamo un gioco. Prendiamo una lettera alla volta e cerchiamo di formare ogni volta una parola nota. Pronti?

  • La prima lettera è la O. Non abbiamo molta scelta, può essere una congiunzione.
  • La seconda è una R. Si potrebbe formare la parola OR, che poi è la stessa congiunzione di prima, solo che in inglese.
  • La terza è una A. Accodandola alla fine formiamo ORA.
  • La quarta è una N. Se la mettessimo all’inizio formeremmo NORA, che è un nome.
  • La quinta è ancora una O. Il gioco si comincia a fare difficile, ma ONORA è un verbo.

Ora però siamo nei guai se la lettera successiva fosse una C. Fino a questo momento abbiamo seguito un pattern, quello di allargare la parola ai lati, ma né CONORA né ONORAC hanno alcun significato. Dobbiamo essere pronti a cambiare strada, dobbiamo mischiare le lettere e formare la parola CANORO o CORANO.

Una macchina si sarebbe bloccata (se non abbastanza sofisticata), noi no. Noi possiamo andare avanti aggiungendo un nuovo pattern. Alla prossima lettera avremo due strategie: provare a porla ai lati o cercare di mischiare le diverse parti. Più lo faremo più diventeremo bravi a farlo. Siamo dei sistemi che possono imparare.

A voi sembrerà un qualcosa di normale, ma vi assicuro che le implicazioni sono enormi.

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