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200 volt distanziano i vostri piedi dal vostro naso

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Ogni volta che mettiamo un piede fuori di casa è una corsa a due per conquistarci: cariche dell'aria contro quelle del terreno. La storia in realtà è già scritta e vince sempre quest'ultimo. A questo punto tutto il mondo intorno a noi deve riorganizzarsi e avvolgerci come una dolce coperta.

Si deve deformare un po', ma neanche più di tanto. Non dobbiamo dimenticarci che non siamo altro che scriccioli, ci vuole ben altro per rompere i "tappetoni" e far muovere le cariche in un corto circuito.

Essere avvolti dalle superfici equipotenziali

Che cosa pensereste se vi dicessi che tra i vostri piedi e il vostro naso c’è una differenza di potenziale di circa 200 volt? Basta semplicemente che vi andate a fare una passeggiata e stiate all’aria aperta. I più timorosi potrebbero preoccuparsi di non rimanere fulminati, i più intraprendenti penserebbero a come aprire il business e sfruttare tutta questa energia a disposizione. In realtà le cose vanno bene ai primi e un po’ peggio ai secondi (se fosse possibile, saremmo già circondati di elettrodi fluttuanti ad altezza naso).

Per arrivare a questa organizzazione ci dev’essere stata un bel po’ di confusione, una vera corsa al posto tra tutte le cariche in grado di muoversi. E ovviamente non può mancare un campo elettrico a guardia della situazione. Appena qualcuna si muove, ci sarà qualcun’altra che sarà costretta a riadattarsi. Le cose cambiano molto velocemente per non modificarsi quasi per nulla. La status quo da mantenere sono tante linee equipotenziali parallele al terreno, tutte ordinatamente impilate una sull’altra. Questo equilibrio dinamico non è così facile da rompere: pensate a che numero immenso di cariche possono esserci là fuori all’aperto. E’ un qualcosa di così incalcolabile che qualsiasi perturbazione vogliate inserire, dovrà essere veramente intensa per farsi sentire.

Distribuzione potenziale al di sopra del suolo

Se il mondo deve rispondere, è meglio che lo faccia dolcemente. Queste superfici di potenziale le ho sempre immaginate come dei tappetoni elastici, non hanno problemi a deformarsi per far contenti tutti. E romperli non è affatto facile, serve una scarica per mettere in comunicazione questi “mondi” di potenziale. Un canale che permetta al mondo “100 V” di vedere quello a “0 V”, le cariche saranno ben felici di riorganizzarsi appena se ne accorgono.

C’è da vincere un bel po’ di resistenza però. Una comunicazione di questo genere non è molto diversa dal camminare tranquillamente al primo piano di una casa che improvvisamente cede e vi fa precipitare a quello sottostante. Può accadere, certo, ma se fosse un evento così probabile non credo che avremmo mai inventato i grattacieli. La verità è che la creazione di questi corto circuiti, sono una bella scocciatura per tutti: avete idea della fatica per raccogliere tutte le macerie? Il terreno potrebbe anche cedere, ma farà di tutto per evitarlo. Fino all’ultimo.

E del resto non siamo abbastanza casinisti per portare scompiglio. Il massimo che succede se vi mettete insistentemente a saltare sul pavimento è che l’inquilino di sotto si venga a lamentare. Il “problema” è che non ce la caviamo affatto male come conduttori e i tappetoni ci assorbono senza il minimo sforzo. Serve ben altro per impensierirli.

Appena mettiamo un piede fuori di casa, tutti quanti si accorgono della nostra presenza. Siamo immediatamente in contatto con l’aria intorno e con il terreno sotto i nostri piedi. Tutti sono costretti a risistemarsi, ma ognuno lo farà a modo suo. L’aria ha infatti un enorme handicap, il fatto di essere un pessimo conduttore: qualche carica può anche muoversi, ma le poche che ci sono non hanno vita facile. Se qualcuna è interessata a noi, dovrà faticare parecchio per raggiungerci. Ogni passo in avanti sarà lentissimo (per le cariche, noi viviamo in tutt’altra scala di tempo). In generale ama riorganizzare chi è nelle vicinanze per minimizzare il serbatoio di energia. Niente di troppo radicale o violento, solo una veloce spolveratina.

D’altra parte siete in contatto anche con il terreno, e lì le cose sono ben diverse. E’ una specie di corsa a due, solo estremamente scorretta. Siamo dei bravi conduttori, e le cariche che ci raggiungono riescono a muoversi senza difficoltà: serve il contatto e il terreno in questo senso è avvantaggiato. Mentre le cariche continuano a essere pompate dal basso, quelle già entrate risalgono velocemente verso la testa. Vorrebbe farlo anche l’aria, ma è troppo lenta nel riorganizzarsi. E’ come mettere a gareggiare una macchina di formula 1 contro un triciclo. Non c’è storia.

Potenziale del suolo

Il terreno ci mette poco a conquistarci, è un qualcosa di talmente veloce che neanche ce ne accorgiamo. La situazione a questo punto è cambiata, siamo stati inglobati dal tappetone “0 V”. Gli altri se ne sono ovviamente accorti ed è necessario coordinare una bella deformazione generale. Non pensiamo troppo in grande però, perché siamo pur sempre degli “scriccioli”. Ci vuole ben altro per poterli impensierire.

Tutti quelli immediamente sopra il tappeto a “0 V” seguiranno la nostra forma e ci avvolgeranno per non interferire con quelli sottostanti. I primi ovviamente dovranno deformarsi in maniera più consistente, ma ciascun contributo parteciperà a ridurre l’intervento dei successivi. Se non siamo molto grandi, ci vorrà poco per trovare un tappetone che sarà rimasto praticamente invariato.

La nostra strada è segnata, facciamo parte del potenziale a “0 V” qualsiasi cosa accada. E’ come se avessimo un’etichetta appiccicata in fronte, il mondo intorno ci seguirà qualsiasi cosa faremo. Potete immaginare questi tappetoni come delle rassicuranti coperte in cui girarsi tutte le volte che si vuole.

Deformazione del campo potenziale dal suolo

E’ ovvio che la situazione non sarà sempre così tranquilla, si possono fare molte cose per sfasciare un equilibrio. Che sia fragile o solido dipende tutto da chi lo guarda. Noi siamo troppo insignificanti per disturbarlo in alcun modo, c’è bisogno di più, molto di più, per fare i veri fuori di artificio.

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